“Freddo, caldo, malati, lavoro o no, si deve stare in fila pazienti e obbedienti. Meglio non fare domande, perché la gente di qui è stanca di queste code che non portano niente di buono. Qualche giovane carabiniere gironzola attorno. Sta recuperando le ragazze carine. Gli Italiani hanno un animo sensibile, la bellezza non li lascia indifferenti. La bellezza non deve patire. La natura stessa è stata gentile con la bella creatura, come può l’uomo non inchinarsi? Così le più graziose sono estratte dalla massa degli scoraggiati e smettono di fare la fila. Il carabiniere offre loro un caffè oppure si fuma una sigaretta assieme, si parla del più e del meno, si chiede il numero di telefono, poi la ragazza può andare dritta allo sportello dei permessi di soggiorno. Brucia la fila. Io sono stata una di quelle ragazze. Quel giorno portavo a tracolla la borsa di un’agenzia di modelle. Il nome dell’agenzia era scritto in bianco sparato sulla tela nera: «Flash model management» ed era (è) la garanzia di un sogno.
Facevo la fila da quasi mezz’ora prima di essere recuperata da un gentile carabiniere. Uno dal viso di burro. - Vieni qui, - mi dice. Vado, lascio dietro di me la folla dei disperati, dei vecchi, dei disgraziati: io, perché sono giovane e piacente e di sicuro perché ho questa borsa a tracolla, sono già nel vasto atrio della Questura. Qui fa caldo e si sta bene. La vita, allora! Daniele mi offre un caffè istantaneo. Lo prendo.
La fila mi segue con lo sguardo, odiandomi.
Mi uccisero. Incassai le loro parole mute.”
Ornela Vorpsi, La mano che non mordi, Einaudi, 2007, pag.63 (Corsivi dell’autrice)











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